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Cake day: June 10th, 2025

Aldo Cazzullo
I nuovi Crasso e il simbolo eterno di Spartaco

"Crasso, con i suoi schiavi, le sue speculazioni, lo abbiamo visto, è stato considerato il primo miliardario della storia, anche lui, a suo modo, era un capostipite, il precursore del mondo in cui viviamo, il mondo dei nuovi ultra ricchi.

C’è una sola epoca della storia, una sola, in cui si sono riprodotte le stesse vergognose disuguaglianze del tempo di Spartaco, questa epoca, la nostra.

Vittorio Valletta, l’uomo che ha ricostruito la Fiat dopo la guerra, oggi del tutto assente dalla memoria nazionale, si preoccupava che i suoi operai potessero comprare la 500, la 600, le automobili che producevano, ma i padroni della rete e della tecnofinanza, ai trafficanti di criptovalute, non importa nulla se l’operaio o l’impiegato campa o muore.
Elon Musk è diventato il primo trilionario della storia e non c’è solo lui.
Una minuscola élite di miliardari, lo 0,001% della popolazione, possiede oggi più ricchezza di metà dell’umanità messa insieme.

Un capitalismo selvaggio che rompe ogni argine, che viola ogni regola, che decide gli assetti del mondo, produce migrazioni di massa, guerre, povertà, nuovi schiavi, caporalato, precariato, sfruttamento, migliaia di morti sul lavoro ogni anno, la strage di braccianti, quattro uomini bruciati vivi perché chiedevano uno stipendio, uomini e donne costretti a lavorare nei campi per €3 all’ora, runner senza tutele e l’intelligenza artificiale che minaccia di fare al lavoro impiegatizio e intellettuale quello che i robot hanno fatto al lavoro operaio, distruggerlo o comunque ridimensionarlo, creando sì un’immensa ricchezza che però finirà in pochissime mani di persone che le tasse le pagano malvolentieri, se possono non le pagano proprio.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di un simbolo contro i nuovi Crasso in nome della giustizia e quel simbolo non può essere che lui.
Spartaco. "

#Spartaco #Crasso #nuovicrasso
#aldocazzullo #unagiornataparticolare

@politica
@spettacoli

Spartaco, la rivolta degli schiavi. Una Giornata Particolare la7 - punta… https://youtube.com/watch?v=3jS5Q7tOK0Y&is=C0kOrFBGW5pvMKUi

DOPO DECENNI, IN ITALIA, C’ERA TALMENTE TANTA PAURA DEI COMUNISTI, CHE C’È VOLUTO LA DESTRA PER DISTRUGGERLA.
😡😡😡😡😡😡😡😡😡😡

Non lo vedrete al Tg1. Non lo sentirete nei talk di Rete4. Ma è successo davvero.

La Corte dei conti, l’organo più alto e indipendente di controllo dello Stato, quello che la Costituzione mette a guardia dei nostri soldi, ha appena demolito il governo Meloni. Non con un’opinione. Con il “Giudizio di Parificazione sul Rendiconto Generale dello Stato.” L’atto tecnico più importante dell’anno.

E quello che emerge è una radiografia drammatica, vergognosa, di un Paese in caduta libera.

Leggete con attenzione, perché qui non c’è una singola critica. C’è il fallimento di un intero modello:

  1. SANITÀ: “Liste d’attesa vergognose per un Paese civile”.
    Sono parole testuali della Corte. Non mie. Mentre loro tagliano e fanno propaganda sulle performance, milioni di italiani rinunciano a curarsi. La Corte dice chiaro: i soldi in più messi non si trasformano in prestazioni. Perché mancano medici, infermieri, perché si preferisce pagare i gettonisti invece di assumere. È la distruzione del Servizio Sanitario Nazionale.

  2. FISCO: “Un sistema che premia i furbi e punisce chi ha sempre pagato”.
    Anche questa è citazione diretta. Condoni, concordati, rottamazioni. Il messaggio è chiaro: se sei evasore, questo governo ti stende il tappeto rosso. Se sei dipendente, pensionato, artigiano onesto che paga fino all’ultimo euro, sei un pollo da spennare. È la più grande ingiustizia sociale legalizzata.

  3. BALNEARI E PRIVILEGI: Le proroghe infinite.
    Contro l’Europa, contro la legge, contro il mercato. Per proteggere i soliti amici. La Corte li bacchetta da anni e loro continuano a fare le stesse marchette. Feudalesimo, non liberismo.

  4. PNRR: Una gestione imbarazzante, a rischio frode e infiltrazione mafiosa.
    Hanno preso i più grandi fondi europei della storia repubblicana e li stanno gestendo da dilettanti. Ritardi, progetti cambiati in corsa, dati che non tornano, controlli inesistenti. La Corte parla di altissimo rischio di frodi e infiltrazioni criminali. Stanno buttando nel cesso l’unica vera occasione di rilancio del Paese.

  5. DIFESA AL 5% DEL PIL: Follia pura.
    In un Paese con stipendi da fame, ospedali al collasso e scuole che cadono a pezzi, loro vogliono portare le spese militari al 5%. Per compiacere Trump e l’industria delle armi americana. Soldi nostri, tolti a sanità e lavoro.

  6. CARCERI: Condizioni disastrose, disumane.
    La Corte chiede un piano straordinario di edilizia penitenziaria. Perché teniamo le persone in condizioni che l’Europa ci condanna da anni. Siamo incivili. E questo governo non ha fatto nulla se non slogan sull’insicurezza.

  7. PUBBLICO IMPIEGO: Pagati una miseria e trattati da fannulloni.
    Infermieri, insegnanti, impiegati comunali. Lasciano tutti perché non si vive con quegli stipendi. La PA crolla, e loro si lamentano che non funziona.

  8. PARLAMENTO ESautorato.
    Mancanza totale di trasparenza. Decreti omnibus, fiducie a raffica, emendamenti notturni. Governano per DPCM e comunicati stampa, come se le Camere fossero un fastidio.

Questo non è un governo. È una operazione di propaganda permanente che sta affondando l’Italia.

E la cosa più grave? Lo sapete già. Di tutto questo non parlerà nessuno. I telegiornali faranno finta di nulla. E se qualcuno ne parlerà, da destra partirà il solito ritornello: “Sono comunisti. Sono toghe rosse. Ora anche la Corte dei conti è comunista”.

Hanno dato del comunista a Bankitalia, all’Istat, all’Europa, ai giudici, ai medici, ai presidi. Ora tocca alla Corte dei conti. L’unico organo che dovrebbe far paura a chi spreca i soldi pubblici.

Condividete questo post. Fatelo girare. Perché se non lo facciamo noi, questa verità non uscirà mai.

Saverio Militare
#governicchiodellorrore #italiainretrocessione #governomeloni
#cortedeiconti

@politica

Disagio giovanile e disagio adulto
La risposta è l’ideologia da discount

Che si tratti di ragazzini o di adulti la politica, più o meno tutta, affronta la reazione violenta al disagio come un CANCRO. Lo isola e lo taglia.
Ma la medicina va oltre all’operazione chirurgica. Cerca la causa perché il cancro rimosso non si ripresenti in forme ancora più virulente, e va al centro del problema medico con indagini ed analisi scientifiche.
Ed è proprio questa parte che manca all’azione dei Governi, manca lo studio e l’applicazione delle science sociali: sociologia e psicologia sociale e di massa.
Ma che possiamo aspettarci dopo aver votato per decenni soprattutto ignoranti?
E così a farla da padrona è l’ideologia da discount applicata al proprio interesse alla poltrona.

#disagiosociale #disagiogiovanile #disagioadulti #cancro #scienzesociali
@politica

SULLA VIOLENZA

«La violenza va sempre condannata».
È il ritornello di questi giorni. Lo ripetono tutti. Politici, giornalisti, opinionisti con la faccia seria e la cravatta ben stretta. E sapete che c’è? Sono d’accordo.

Condanniamola, questa cazzo di violenza istituzionale. Quella grossa. Quella che sta lì da sempre, comoda come un maiale sul divano. Quella che ti caccia di casa con un foglio timbrato, ti toglie il lavoro con una mail, ti nega un diritto con una circolare. Quella che permette a quattro ricconi di mangiarsi il mondo.

La violenza istituzionale ha una caratteristica meravigliosa: non si chiama mai violenza. Si chiama legge. Economia. Sicurezza. Ordine pubblico. Interesse nazionale. A volte perfino democrazia.

Poi c’è la seconda violenza. Quella che interviene quando qualcuno prova a mettere in discussione la prima. Quella dei manganelli, dei lacrimogeni, degli arresti, dei tribunali. La prima violenza produce la seconda per proteggere se stessa.

Un meccanismo perfetto. Poi, però, succede qualcosa. Succede che qualcuno, si stanca di prendere calci nei denti. Ed ecco improvvisamente tutti si accorgono della violenza. Prima non vedevano niente. Adesso vedono tutto. Una vetrina rotta, una barricata, uno scontro. Telecamere, edizioni straordinarie, esperti indignati. Tutti a spiegare quanto sia terribile la violenza.

Io invece quei ragazzi vorrei incontrarli. Sedermi con loro e farmi raccontare cosa gli passa per la testa. Senza fare il vecchio stronzo che ha capito tutto della vita. Perché io vengo dal ’77 e non eravamo mica degli angioletti. Anzi. Quelle di oggi al confronto sono noccioline. Eravamo incazzati neri. Avevamo vent’anni, idee gigantesche. Pensavamo di avere ragione su tutto. E spesso avevamo pure ragione. Ma nessuno voleva sentirci.

Ci chiamavano estremisti, fascisti rossi. Poi è finita male. Male sul serio. Qualcuno è morto ucciso dalla polizia. Molti sono finiti in galera. Qualcuno è sparito. E gli altri sono invecchiati. E adesso certi miei coetanei li ritrovo in televisione, con la giacca buona, la pancia sopra la cintura e quella faccia da funerale, a spiegare che i giovani devono imparare a rispettare le regole. Le regole. Proprio loro. Quelli che quarantanove anni fa volevano rovesciare il tavolo adesso si preoccupano che qualcuno gli graffi il parquet.

Io non so dove questa nuova eruzione porterà. Ma una cosa la so. Quando avevamo vent’anni noi, chiedevamo agli adulti di ascoltarci. Non l’hanno fatto. E abbiamo combinato un casino. Adesso siamo noi gli adulti. E sarebbe una bella figura di merda fare esattamente la stessa cosa.

Alfredo Facchini

#alfredofacchini #disagiosociale #violenzaistituzionale
#ascolto
@politica

Pubblico un altro intervento di Andrea Masala che mi sembra utile per un confronto su poveri, meno poveri, benestanti, ricchi. Il 99% da chi è costituito?

Andrea Masala

Discorso difficile, ma è il più importante per la sinistra europea: questo manifesto è geniale!
La sinistra italiana (ma credo europea) ha una rappresentazione totalmente falsa della società e naturalmente restituisce alla gente questa falsa rappresentazione. Che è poi il motivo per le accuse di ztl, radical chic e più seriamente della perdita dei voti dei settori popolari.
Questo manifesto ha il coraggio di mettere una cifra allo slogan “noi 99% contro voi 1%”.
Le nostre società sono caratterizzate da una prima fascia di povertà assoluta verso le quali c’è un minimo di welfare misto (sempre più minimo) e una fiscalità non vessatoria.
Subito dopo abbiamo una fascia non riconosciuta povera ma che è proprio povera a tutti gli effetti: chi guadagna tra 1200 e 2000€ al mese non ha welfare e comincia ad essere fiscalmente tartassato. Se non si ha casa di famiglia, si abita in una grande città e si hanno figli, con quella cifra si è poverissimi. Si pagano tasse altissime e non progressive e non si riceve nulla in cambio dallo Stato.

Tra i 2000 e i 3000 siamo appena fuori dalla povertà e all’inizio di una vita appena dignitosa ma faticosissima, debitoria e senza possibilità di risparmio o investimenti importanti (acquisto casa, rilancio attività privata, investimento studio figli, fare fronte a spese improvvise…). Anche qui zero welfare e fisco sempre più insostenibile e ingiusto (=non progressivo).
Tra 3000 e 4000 inizia quel ceto medio-minimo che, per potere d’acquisto equiparabile, caratterizzava gran parte della società italiana dai 70 ai 90. Quella che stabilizzava la democrazia e la società.
Se le fasce 1200/3000 non vivono in estrema povertà e quella 3000/4000 sta benino, è solo perché stiamo consumando il risparmio (sotto forma di casa o altro) delle generazioni della Prima Repubblica (che non si scorda mai, come dice l’ultimo intellettuale di sinistra).
La sinistra non sa rappresentare affatto questa situazione. Parla di poveri dando l’idea di voler rappresentare soggetti da neorealismo, soggetti in cui non si riconosce nessuna delle fasce finora descritte se non la prima.
La prima è ciò che Marx chiamava lumpenproletariat, le altre le chiamava arbeiter. Erano quelle che lui immaginava soggetti della trasformazione.
Così per una persona normale di quelle fasce dai 1200 in poi (taglio con l’accetta) la sinistra appare un soggetto che difende Geppetto, gli immigrati, le alte burocrazie di Stato e le banche. E sapete perché gli sembra questo? Perché è vero! Anche se Geppetto lo difende per finta, retoricamente, perché un povero italiano ce lo devono mettere.
Chiaramente entrano tante altre varianti: figli, case, geografia, cultura, anagrafe e il discorso va fatto in modo complesso e intelligente. Ma la ricostruzione di un blocco storico va fatto partendo da questo: questo 90% va rimesso in un discorso di emancipazione sociale e culturale, a partire da una battaglia per salari più alti ed equi, un fisco molto più progressivo (abbiamo da anni una flat tax a due aliquote reali), un welfare universale (compreso reddito e casa) e meno orario.
Ma sapendo che il blocco sociale è questo.
Assumere questo blocco sociale significa cambiare linguaggio, programmi, atteggiamento intellettuale e spirituale, aggressività sulla questione fiscale, aderenza ai territori etc.
Significa saper educare quel blocco al contrario di come fa la destra: chi è più debole viene prima, dirige. La fascia 1200/2000 è centrale. I lavori più usuranti sono centrali. Le rendite punite, le corporazione equalizzate.
È una grande rivoluzione culturale per le sinistre italiane ed europee. Ma senza questa vinceranno sempre le destre. Perché vincono nelle case e per le strade, nei campi e nelle officine, molto prima che nelle urne.

#povertàassoluta #povertàrelativa #fisco #redditi #flattax #fascedireddito

@economia
@politica

La latrina pubblica il Comune di Matelica la metta davanti a casa del Sindaco, non davanti a questo monumento in memoria dei Martiri della Resistenza.
Il Sindaco è Denis Cingolani, esponente della lista civica di centro-destra “Matelica il futuro è adesso”, in carica dal 10 giugno 2024.

#ComuneMatelica #museodellaresistenza
#deniscingolani #centrodestra
@politica

https://www.change.org/p/no-ad-una-latrina-pubblica-di-fronte-al-murales-del-museo-della-resistenza-a-braccano?recruiter=38413232&recruited%5C_by%5C_id=6f997770-3e29-0130-09f8-3c764e044346&utm%5C_source=share%5C_petition&utm%5C_campaign=psf%5C_combo%5C_share%5C_initial&utm%5C_term=40cdc5322eee4371bb3732c8b740a9a5&utm%5C_medium=mobileNativeShare&share%5C_id=kGMRPqYp27

La morbosa ossessione occidentale per il velo delle donne
Lavinia Marchetti

L’ossessione occidentale per il corpo femminile musulmano, il desiderio di penetrare ciò che si sottrae allo sguardo e la strana idea di emancipazione che abbiamo sviluppato, secondo la quale una donna, per essere libera, dovrebbe anzitutto rendersi visibile.

Non so se lo avete notato anche voi che c’è qualcosa di profondamente morboso nell’ossessione occidentale per il velo delle donne musulmane. Una specie di eccitazione, direi quasi una concupiscenza conoscitiva, che periodicamente attraversa il dibattito pubblico e riporta al centro della discussione quel pezzo di stoffa sotto il quale, evidentemente, abbiamo il sospetto che si nasconda qualcosa che va ben al di là di “una donna”. Abbiamo costruito intorno al velo una quantità impressionante di letteratura, vi abbiamo dedicato leggi e campagne politiche, abbiamo perfino trovato il modo di trasformarlo in una delle tante giustificazioni morali della guerra in Afghanistan. Eppure, di fronte a tanta sollecitudine, tendo sempre a chiedermi per quale ragione la libertà delle donne musulmane debba essere misurata, con tanta insistenza, a partire dalla quantità di corpo che siamo autorizzati a vedere.

Il problema, per come la vedo io, precede persino la questione religiosa. Un uomo occidentale incontra una donna che gli sottrae il proprio volto, che gli impedisce di accedere a quella parte del corpo attraverso la quale è abituato a riconoscere un’identità, e vive questa sottrazione come un fatto che lo riguarda personalmente, un’offesa personale di un “oggetto” a cui è precluso lo sguardo. Il velo viene percepito come un ostacolo, quasi un’interdizione rivolta a chi guarda. L’impossibilità di vedere suscita allora una curiosità che può assumere anche una connotazione erotica che spesso si trasforma in rabbia da repressione scopica. Però l’argomento dell’emancipazione fornisce una ragione moralmente presentabile per pretendere che quell’ostacolo venga rimosso. Il famoso “sono loro che ce lo chiedono!” In questa particolare configurazione del desiderio, lo svelamento promette due soddisfazioni. Permette di accedere a ciò che era stato sottratto alla vista e conferma, attraverso quell’accesso, l’autorità di chi guarda. Una donna che si presenta secondo le convenzioni occidentali può essere prima osservata e riconosciuta (ergo giudicata) attraverso criteri estetici che abbiamo imparato a considerare del tutto naturali. La donna velata introduce invece un’interruzione. Il suo corpo, almeno in parte, resta indisponibile. E l’indisponibilità del corpo femminile, nella nostra società, rappresenta un problema assai interessante. Provate a pensare alla quantità di prescrizioni che accompagnano la vita di una donna occidentale. Il discorso patriarcale occidentale ritiene che le donne oggi siano libere. Eppure fin da bambine abbiamo infinite prescrizioni. Ci viene insegnato a curare l’aspetto, a correggere i segni dell’invecchiamento e a considerare il nostro corpo come un patrimonio che richiede investimenti continui. Ogni parte del nostro corpo è scandagliata e creata a partire dal desiderio maschile. Un feticismo della merce che scompatta, scompone il corpo in pezzi staccati da ristrutturare e vendere. Possiamo certamente sottrarci a queste aspettative, pagandone talvolta il prezzo sociale. Una donna che rinuncia a truccarsi, per esempio, può vedersi attribuire scarsa cura di sé, quella che rifiuta di depilarsi rischia di essere giudicata trasandata. La pressione estetica viene incorporata nella nostra idea di femminilità al punto che alcune pratiche, inizialmente imposte attraverso il giudizio altrui, possono essere vissute come esigenze personali. Interiorizziamo lo sguardo del desiderio del maschio e lo scambiamo per una nostra “necessità”. Questa è la naturalizzazione dello sguardo dell’Altro che definisce i nostri confini. Ci sentiamo libere di scegliere come apparire, ed effettivamente compiamo scelte che rispondono anche ai nostri desideri. Il problema filosofico riguarda precisamente la formazione di quei desideri. L’autonomia individuale si esercita sempre all’interno di una società che stabilisce quali corpi meritino ammirazione e quali debbano essere corretti o scartati. È possibile, allora, che una donna cresciuta dentro una cultura nella quale l’esposizione del corpo rappresenta una condizione importante del riconoscimento sociale interpreti la scelta di sottrarsi allo sguardo come un’incomprensibile rinuncia alla libertà. L’interdizione subita viene proiettata sul comportamento dell’altra, con la conseguenza che la propria disponibilità a essere osservata appare naturale, mentre il desiderio altrui di conservare una parte di sé fuori dalla vista assume il carattere di un’anomalia da correggere. La questione, a questo punto, riguarda anche noi. Quanto siamo libere di sottrarci alla vendita simbolica del nostro corpo? E perché la scelta di coprirlo dovrebbe suscitare un sospetto di subordinazione maggiore rispetto all’adesione a un ideale estetico che richiede una sorveglianza continua del proprio aspetto?

Naturalmente, il burqa, che copre il corpo e il volto attraverso una griglia posta davanti agli occhi, presenta caratteristiche differenti dal niqab, che lascia scoperti gli occhi, e dall’hijab, che generalmente lascia visibile il volto. Le distinzioni contano, soprattutto quando si discutono le limitazioni concrete che questi indumenti possono comportare. La loro frequente assimilazione nel dibattito pubblico produce tuttavia un risultato curioso. Il burqa, appartenente soprattutto alla tradizione afghana, finisce per rappresentare genericamente il velo musulmano, conferendo all’intera questione il carattere particolarmente inquietante di una donna privata del volto (Lila Abu-Lughod, «Do Muslim Women Really Need Saving?», American Anthropologist, vol. 104, n. 3, 2002, pp. 785-786).

L’articolo prosegue su Substack

#laviniaMarchetti #donne #musulmane #morbositàmaschile

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