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Cake day: September 23rd, 2026

E se Binance fosse una banca, saremmo più tutelati?

Il caso Binance con il furto di questi giorni di criticare solleva due domande che vanno oltre la sicurezza informatica.

Se Binance fosse stata una banca, sarebbe cambiato qualcosa?

Probabilmente sì. Le banche europee sono sottoposte a vigilanza, requisiti patrimoniali e obblighi di resilienza informatica. I depositi ammissibili sono garantiti fino a 100.000 euro.

Naturalmente, nessuna regolamentazione impedisce tutti gli attacchi. Ma può ridurne le conseguenze per i risparmiatori.

La seconda domanda è ancora più interessante.

Per contrastare il furto, emittenti come Tether e Circle hanno congelato miliardi di dollari in criptovalute.

Una buona notizia, certamente.

Ma se un’azienda può bloccare i fondi di un criminale, tecnicamente può bloccare anche quelli di un dissidente politico.

Dipende da chi decide, in base a quali regole e con quali possibilità di ricorso.

Siamo partiti dalle criptovalute per liberarci degli intermediari finanziari. Ora scopriamo che alcuni intermediari possono esercitare poteri molto simili a quelli delle istituzioni tradizionali, senza necessariamente offrire le stesse garanzie.

Forse la vera innovazione non consiste nell’eliminare gli intermediari, ma nel rendere verificabile e contestabile il loro potere.

@eticadigitale @informatica @poliversity
#Criptovalute #Cybersecurity #Finanza #Decentralizzazione

E se fosse Word a non essere compatibile?

La Danimarca ha interrotto un progetto pilota per sostituire Microsoft Office con Collabora. Tra i problemi riscontrati, la compatibilità con i documenti Word.

Ma siamo sicuri di porci la domanda giusta?

Se vogliamo che l’open source sostituisca i prodotti commerciali, dobbiamo pretendere che li imiti perfettamente? Oppure dobbiamo accettare che abbia una propria identità, con formati e modalità di lavoro differenti?

Se vogliamo aprire e modificare documenti DOCX con la massima fedeltà, la scelta più sicura resta Word.

Ma se vogliamo davvero un’alternativa, perché non adottare OpenDocument (ODF) come formato di riferimento?

Immaginiamo per un momento il contrario: un mondo in cui ODF sia il formato dominante e Microsoft Office fatichi a gestirlo correttamente. Diremmo che Office ha fallito?

Forse il problema non è che Collabora non riesca a comportarsi esattamente come Word. È che continuiamo a misurare ogni alternativa con il metro del prodotto da cui vogliamo liberarci.

La sovranità digitale non consiste nel cambiare programma mantenendo intatta la dipendenza dai formati e dalle abitudini del precedente ecosistema.

Non basta dire “passiamo all’open source”. Bisogna anche avere il coraggio di cambiare standard.

Voi che ne pensate?

Fonte: punto-informatico.it/danimarca…

@eticadigitale @informatica @poliverso @poliversity

#OpenSource #OpenDocument #SovranitàDigitale #LibreOffice

E se fosse stata una pagina Mastodon?

Una pagina Instagram, un movimento di protesta e un fermo disposto dalla Procura.

Youssef Siher, presunto promotore della pagina Instagram “Movimento 17 ottobre”, nata dopo i disordini di Milano, è indagato per istigazione a delinquere aggravata e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche.

La notizia

Ma se quella pagina fosse stata un account Mastodon?

La responsabilità penale non cambierebbe: ciò che conta sono le condotte, non la piattaforma utilizzata. Aprire una pagina e convocare una manifestazione pacifica non costituisce di per sé un reato.

Cambierebbe invece la gestione della piattaforma. Su Instagram esiste un gestore centrale, Meta. Nel Fediverso abbiamo istanze indipendenti, ciascuna con le proprie regole di moderazione, mentre i contenuti possono circolare tra server differenti.

Un amministratore Mastodon potrebbe sospendere l’account, ma non necessariamente cancellare tutte le copie dei contenuti già federati.

La decentralizzazione non garantisce l’impunità, ma rende meno centralizzato il controllo della comunicazione.

E qui nasce una questione interessante: i social stanno assumendo un ruolo paragonabile alla stampa, senza avere necessariamente gli stessi obblighi editoriali e le stesse garanzie?

Come dovrebbe funzionare la responsabilità nel Fediverso, dove nessuna piattaforma controlla l’intera rete?

@elezioni @eticadigitale

#Fediverso #Mastodon #LibertàDiEspressione #SocialNetwork #ResponsabilitàDigitale

Dal 2012 al 2026: social o antisocial?

Nel 2012 ho smesso di usare Facebook. Per quattordici anni sono rimasto praticamente fuori dai social network.

Nell’ultimo mese ho riaperto Facebook e creato un account Friendica. Un piccolo viaggio nel tempo, direttamente dal 2012 al 2026.

E ho trovato due mondi molto diversi.

Facebook sembra essersi trasformato in una specie di TikTok. Video su video, proposti da un algoritmo, spesso di persone che non conosco e che non seguo. In mezzo, post sponsorizzati, richieste di amicizia e profili che sembrano pubblicità per OnlyFans.

Una volta entravo su Facebook per sapere cosa facevano i miei amici. Oggi entro e Facebook mi mostra cosa vuole farmi guardare.

Friendica, invece, mi ha sorpreso.

Il mio vecchio account è scomparso insieme all’istanza che lo ospitava. Un promemoria che anche la decentralizzazione ha i suoi problemi: se un server chiude, non è detto che i nostri dati e le nostre relazioni sopravvivano.

Ma ho trovato conversazioni vere, post ragionati, persone che discutono anziché limitarsi a consumare contenuti.

E soprattutto una cosa che avevo dimenticato: la lentezza.

Quella buona, che lascia il tempo di leggere, riflettere e rispondere.

Certo, anche qui qualcosa non funziona. Feed RSS, bot, aggregatori e continui riepiloghi di notizie possono riempire la timeline fino a renderla soffocante. A volte sembra di leggere un’agenzia di stampa anziché partecipare a una comunità.

E qui nasce una riflessione.

La monetizzazione ha cambiato i social, ma forse abbiamo finito per confondere la quantità di contenuti con la qualità delle relazioni.

Facebook guadagna dalla nostra attenzione e ha interesse a trattenerci. Friendica non ha bisogno di vendercela, ma rischia comunque di affogarci in un flusso infinito di informazioni.

Forse il vero progresso non è avere un algoritmo migliore, né una timeline più piena.

È poter decidere chi ascoltare, cosa leggere e quando fermarsi.

Nel 2012 i social servivano soprattutto a connettere le persone. Nel 2026 siamo ancora noi a cercare le persone, oppure sono le piattaforme a cercare la nostra attenzione?

@elezioni @eticadigitale @informatica
@fediverso
#Friendica #Fediverso #Facebook #SocialNetwork #EconomiaDellAttenzione

Neopatentati: 88 cavalli sulla carta, oltre 330 sulla strada?

Una Tesla da oltre 300 cavalli nelle mani di un neopatentato? Il Codice della strada potrebbe permetterlo!

Prendiamo una Tesla Model 3 Performance, capace di accelerare da 0 a 100 km/h in poco più di 3 secondi, con una massa vicina alle 2 tonnellate.

Per ottenere un’accelerazione simile servono oltre 300 CV di potenza meccanica media alle ruote. Eppure, su alcune Tesla del 2019 troviamo una potenza nominale omologata di appena 65 kW, cioè 88 CV!

Il trucco? Non c’è.

Per le auto elettriche il libretto riporta la potenza sostenibile per 30 minuti, non quella massima disponibile durante un’accelerazione.

In Italia un neopatentato può guidare un’auto con potenza omologata non superiore a 105 kW e rapporto potenza/tara non superiore a 75 kW/t.

Una Tesla Performance che rispettasse questi valori sarebbe quindi guidabile legalmente, anche senza attivare la modalità di accelerazione ridotta.

Ma allora che cosa stiamo limitando: la potenza dell’automobile o quella scritta sul libretto?

La norma aveva una logica con i motori termici. Con le elettriche, però, la potenza continuativa può essere molto diversa da quella di picco.

Forse sarebbe ora di ripensare i limiti per i neopatentati, considerando le prestazioni effettive anziché soltanto un valore di omologazione.

Fonte:
vaielettrico.it/elettriche-con…

@motori @energia @ambiente
#AutoElettriche #Tesla #Neopatentati #CodiceDellaStrada

Il buonsenso non si installa per decreto

@energia @motori

E se il problema del Codice della strada fosse il conducente?

Leggo le polemiche sul nuovo Codice della strada e sull’espressione «tardano a scansarsi».

Curioso, perché quella frase è già presente nel Codice vigente e impone all’automobilista di rallentare e, se necessario, fermarsi.

Ma la questione è un’altra.

Se per convincerci a rispettare pedoni, ciclisti e perfino chi commette un errore involontario dobbiamo continuamente riscrivere il Codice della strada, forse abbiamo un problema che nessuna legge potrà risolvere: il buonsenso.

La strada è uno spazio condiviso, non una competizione per stabilire chi abbia più diritti. Anche chi sbaglia merita di tornare a casa intero.

E allora una provocazione: non sarebbe meglio affidare la guida alle macchine?

Negli Stati Uniti i robotaxi Waymo stanno già percorrendo milioni di chilometri senza conducente. Uno studio indipendente dell’IIHS del luglio 2026 ha rilevato il 68% di incidenti in meno rispetto ai conducenti umani, nei contesti analizzati.

Naturalmente la tecnologia non è infallibile e quei risultati non valgono automaticamente per ogni strada.

Ma una macchina non si arrabbia, non ha fretta di vendicarsi di chi le taglia la strada, non cerca di dimostrare chi comanda. Può sbagliare, ma non per prepotenza.

Forse dovremmo iniziare a chiederci se sia più utile continuare a scrivere leggi per insegnare il rispetto agli automobilisti oppure sviluppare sistemi che riducano gli errori umani e i comportamenti aggressivi.

Perché pretendiamo la perfezione da un computer, mentre consideriamo inevitabile che un essere umano al volante possa distrarsi, arrabbiarsi e mettere in pericolo gli altri?

Fonti:
aci.gov.it/codice-della-strada…
iihs.org/news/detail/waymos-dr…

#GuidaAutonoma #SicurezzaStradale #MobilitàSostenibile #Tecnologia

A/I dal conto al server, e poi?

Prima le sanzioni, poi il conto bloccato, ora anche un server sequestrato in Olanda su richiesta degli Stati Uniti.

A questo punto manca solo una rogatoria anche all’Italia. O, nello scenario successivo e ben più pesante, una richiesta di estradizione per qualche amministratore.

Per ora non risulta nulla del genere. Ma il salto è interessante: non siamo più soltanto davanti all’effetto extraterritoriale delle sanzioni OFAC. Gli USA stanno cercando dati attraverso gli strumenti della cooperazione giudiziaria europea.

Questo suggerisce che dietro la designazione di A/I ci sia qualcosa di più di un semplice “cartellino rosso” finanziario: c’è un’indagine che vuole ricostruire persone, rapporti e infrastrutture.

La domanda ora diventa europea: fino a dove siamo disposti a collaborare con un’indagine statunitense quando il soggetto interessato non risulta, almeno pubblicamente, accusato degli stessi reati dalle autorità europee?

@informatica @cavallette @elezioni
#AutisticiInventati #OFAC #Privacy #SovranitàDigitale

Il Nobel sa prevedere le crisi. E la politica?

Abbiamo imparato a studiare le crisi economiche. Peccato che non abbiamo ancora imparato ad evitarle.

Il Nobel per l’Economia 2026 va a Robert E. Hall e Michael Woodford, premiati per aver sviluppato modelli che aiutano a comprendere e stabilizzare l’economia, partendo dalle decisioni di famiglie e imprese.

sapere.virgilio.it/scuola/mond…

Il paradosso è interessante: sappiamo sempre meglio come funzionano inflazione, recessioni e politiche monetarie. Eppure continuiamo a rincorrere le emergenze, spesso intervenendo quando i danni sono già evidenti.

Naturalmente un modello economico non è una sfera di cristallo. Le crisi non sono tutte prevedibili e gli interventi comportano costi e compromessi.

Ma allora viene una domanda un po’ scomoda: il problema è che gli economisti non sanno ancora abbastanza, oppure che i politici sanno già cosa dovrebbero fare, ma preferiscono ciò che porta consenso alle prossime elezioni?

Perché conoscere la cura non significa necessariamente avere il coraggio di somministrarla.

#Nobel2026 #Economia #PoliticaEconomica #inflazionecore @economia @elezioni @poliversity

E se il bisogno fosse il prodotto?

LibreOffice dice no all’AI integrata: non è una mancanza, è una funzione

E se ci stessero creando un bisogno che non abbiamo, per venderci qualcosa che loro hanno ma che a noi non servirebbe?

Negli ultimi quindici anni ci hanno venduto il Cloud per fare molte cose che prima facevamo tranquillamente sul nostro computer. Poi sono arrivati frigoriferi, lampadine e termostati che devono parlare con un datacenter dall’altra parte del mondo anche quando noi siamo nella stanza accanto.

Home Assistant ha scelto la strada opposta: la casa deve funzionare localmente. Il servizio online è un’aggiunta, non una condizione necessaria. Tanto che Nabu Casa ha deciso persino di abbandonare il nome “Home Assistant Cloud” in favore di “Home Assistant Link”.

Ora LibreOffice fa qualcosa di simile con l’AI: niente intelligenza artificiale generativa incorporata per forza. Se la vuoi, puoi aggiungerla e scegliere anche un modello locale. Se non la vuoi, il programma continua semplicemente a fare il suo mestiere.

Forse il punto non è essere contro Cloud o AI. Entrambi possono essere utilissimi.

Il problema nasce quando una funzione che il nostro computer potrebbe svolgere diventa dipendente da qualcosa che possiede qualcun altro.

A quel punto non dipendiamo solo dalla tecnologia. Dipendiamo dal prezzo deciso dal fornitore, dalla sua connessione, dai suoi server, dalle sue condizioni d’uso e persino da ciò che decide che possiamo o non possiamo fare.

Il software locale, possibilmente aperto e libero, capovolge il rapporto: il programma continua a funzionare perché è nostro. Il servizio esterno può aggiungere qualcosa, ma non può portarci via ciò che avevamo già.

Forse la vera innovazione, dopo anni di “tutto nel Cloud” e “AI dappertutto”, sarà riscoprire una cosa molto più semplice:

un computer che funziona anche senza chiedere il permesso a qualcun altro.

#SoftwareLibero #LibreOffice #HomeAssistant #Cloud #AI
@eticadigitale @elezioni

La concorrenza del cloud è casa nostra

Forse il Cloud ha finalmente trovato un concorrente: la consapevolezza che, molto spesso, non ne abbiamo bisogno.

Home Assistant ha persino preso le distanze dalla parola “cloud”, mentre tutto il progetto spinge verso una IoT locale. Ora arriva WallyBox: niente cloud obbligatorio, niente abbonamento, elaborazione in casa.

Per anni ci hanno abituati all’idea che una lampadina nella stanza accanto dovesse passare da un server a centinaia di chilometri per accendersi.

Forse la vera innovazione non è un cloud migliore. È scoprire che possiamo farne a meno.

#HomeAssistant #IoT #WallyBox #Privacy #SelfHosting
@cybersecurity @eticadigitale

Dall’arte di far debiti all’arte del regalo

In Italia certe cose si imparano già dalla letteratura.

Dopo anni passati a leggere L’arte di far debiti di Antonio Ghislanzoni, la politica sembra avere deciso di aggiornarne il programma del debito pubblico a fini elettorali alla letteratura contemporanea.

Prima Renzi con gli 80 euro in busta paga: soldi pubblici restituiti ai contribuenti e presentati, inevitabilmente, come beneficio.

Poi Trump, che oggi promette 5.000 dollari agli americani se i Repubblicani manterranno il Congresso. Anche quelli, naturalmente, non cresceranno sugli alberi.

E adesso arriva Meloni:

«Vi tolgo il bollo dell’auto!»

Ottimo.

Solo che il provvedimento costa circa 2,3 miliardi e una buona parte della copertura, circa 1,7 miliardi, arriva da economie del PNRR e da altri fondi pubblici.

Quindi, in forma molto semplificata:

«Non pagherete più questa tassa. La pagheremo noi con i vostri altri soldi.»

Naturalmente fiscalmente non è proprio la stessa cosa: eliminare un’imposta può cambiare incentivi e redistribuire il carico fra contribuenti.

Ma dal punto di vista della comunicazione politica il trucco resta irresistibile: prendere denaro dalla grande tasca collettiva e rimetterne un po’ nella tasca visibile del cittadino.

E aspettarsi pure un grazie e un voto alle prossime elezioni.

Ghislanzoni, probabilmente, avrebbe apprezzato l’aggiornamento.

#Fisco #BolloAuto #PoliticaEconomica #SpesaPubblica

@elezioni

Tre modi di abitare il Fediverso

Il Fediverso non è Mastodon.

Mastodon è soltanto uno dei modi di abitarlo.

Questa distinzione sembra banale, ma aiuta a capire perché nel Fediverso possiamo incontrare persone che usano programmi completamente diversi e continuare comunque a seguirci, risponderci e discutere insieme.

Il collante è soprattutto ActivityPub, standard aperto del W3C: un linguaggio comune attraverso il quale server indipendenti possono scambiarsi utenti, post, commenti, immagini e altre attività.

Un po’ come l’email: io posso usare un provider e voi un altro. Ma nel Fediverso c’è qualcosa in più, perché possiamo usare anche programmi social concettualmente differenti.

Tre esempi raccontano bene questa storia.

Friendica: prima ancora che esistesse Mastodon

Le origini di Friendica risalgono al 2010, con il progetto Mistpark di Mike Macgirvin, diventato poi Friendika e infine Friendica.

Nasce nell’epoca in cui il modello dominante era Facebook. Per questo mette al centro relazioni, contatti, privacy, gruppi, forum e conversazioni.

È probabilmente il più generalista dei tre: permette post lunghi, formattazione, gruppi di contatti, forum, eventi e diversi livelli di visibilità.

In breve: se Mastodon ricorda Twitter, Friendica ricorda molto di più un Facebook decentralizzato, con qualche caratteristica da blog e forum.

Mastodon: il microblogging diventa federato

Nel 2016 Eugen Rochko sviluppa Mastodon partendo dall’insoddisfazione per la direzione presa da Twitter.

La logica è quindi diversa e molto semplice:

seguo una persona → quella persona pubblica → il suo messaggio arriva nella mia timeline.

Il centro del sistema è l’autore.

È immediato, relativamente facile da capire e probabilmente per questo è diventato il volto più conosciuto del Fediverso.

Ma Fediverso e Mastodon non sono sinonimi, così come Web e Firefox non sono sinonimi.

Lemmy: al centro non c’è la persona, ma l’argomento

Lemmy nasce nel 2019 recuperando soprattutto la filosofia del primo Reddit.

Qui generalmente non entro perché voglio seguire Mario o Lucia.

Entro perché voglio seguire Scienza, Linux, politica, fotografia o auto elettriche.

Le persone pubblicano all’interno di comunità tematiche, i commenti formano alberi di discussione e i voti contribuiscono a far emergere determinati contenuti.

Tre software, quindi, ma soprattutto tre idee diverse di socialità:

Friendica mette molto peso sulle relazioni.

Mastodon sulle persone e sulla timeline.

Lemmy sulle comunità e sugli argomenti.

E la cosa più interessante è che non dobbiamo necessariamente scegliere un recinto.

Da Friendica posso seguire utenti Mastodon e partecipare a comunità Lemmy. Un utente Mastodon può incontrare contenuti provenienti da altri software. Le piattaforme rimangono diverse, ma la conversazione può attraversarle.

È questo, secondo me, il vero salto concettuale del Fediverso: non costruire un altro enorme social network, ma permettere a social network diversi di parlare tra loro.

E infatti esistono anche Pixelfed per le fotografie, PeerTube per i video, WriteFreely per i blog, Misskey per un microblogging molto più ricco e parecchi altri esperimenti.

Per vedere due modi differenti di costruire comunità, si possono osservare il gruppo Friendica @forum e la comunità Lemmy

E voi quale modello preferite: seguire persone, costruire relazioni oppure seguire argomenti e comunità?

#Fediverso #Friendica #Mastodon #Lemmy #ActivityPub